racconti

Stazione

Aspettando.

Ma cosa? Nemmeno io lo so.

L’unica cosa di cui sono certa in questo momento è che a momenti dovrebbe arrivare un caro amico che non vedo da tempo.

Aspettare in stazione è la sintesi perfetta della mia vita; dove le persone che incontro sono i treni che arrivano e partono. Alcuni si intrattengono per un periodo più o meno lungo, altri partono dopo appena qualche secondo… Ma la loro semplice presenza nella mia vita è un insegnamento nuovo, una ventata d’aria fresca, una brezza estiva che rallegra, e talvolta rattrista, incupisce.

Si può quasi dire che la stazione è un posto di attese, partenze e arrivi. Forse è il nuovo tempio di Hermes dove i viaggiatori, a loro insaputa, ne sono i sacerdoti; i biglietti il sacrificio per un appello con il dio; il viaggio un face-to-face con lui.

E’ come se stare in stazione mi aiuti a elaborare ciò che penso e ciò che reputo priorità o meno. Ultimamente è come se vivessi in stazione, aspettando quel treno che mi cambi la vita e mi domando “quanto devo ancora aspettare?”.

Sono seduta su una delle panchine dietro la linea gialla. Mi rannicchio nel cappotto e sfrego le mani per scaldarmi un filo. Le cuffiette nelle orecchie; sto ascoltando “Camera mia” degli Eugenio in Via di Gioia. Ad un tratto il telefono vibra nella tasca del cappotto. Lo prendo e accendo il display che fino all’istante prima era in stand-by. E’ un messaggio da parte di Elyas; dice che sarà in stazione a momenti. Gli rispondo che sono seduta su una panchina ad aspettare il suo treno quando una voce metallica ne annuncia l’arrivo.

Sorrido.

Dopo qualche minuto, il suo treno giunge in stazione. Si aprono le porte, davanti ai miei occhi passano diverse persone: una ragazza di ritorno dall’università; un uomo d’affari che non ha voluto scambiare la provincia per la grande Città; un nonnino che sembra avere gli occhi pieni di storie da raccontare.

Il mio sguardo cerca smaniosamente il mio amico fino a quando non lo vede scendere. Non ci vediamo da anni perché ha dovuto spostarsi per lavoro. Lo saluto da lontano e ci veniamo incontro.

Più ci avviciniamo e più mi rendo conto di come non sia cambiato di una virgola. I capelli neri corvino sempre più lunghi e ricci dei miei; il chiodo di pelle come quando eravamo una quindicenne e un ventenne che giocavano a fare i punkettoni; gli anfibi indosso inverno o estate che fosse.

Mi abbraccia e mi passa la mano tra i capelli. In quel momento riesco a sentire il cuore che va a mille tanto quanto il mio. Al che sorrido e mi lascio scaldare da quel semplice contatto; mi lascio trasportare dal suo profumo, dalla voglia di baciarlo.

angelica

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